Ricordi rinchiusi in quattro mura.
1-Capitolo: Vecchie conoscenze.
Sono le 7 del mattino, guardo nel portafogli per cercare un vecchio biglietto per il pullman “Ti prego, ti prego, ti prego.” sbuffo. “Dai, uno solo. Eccolo!” mentre afferro il giubbino al volo e prendo le chiavi con una velocità incredibile come se stessi facendo le Olimpiadi per il gioco della staffetta, chiudo la porta mentre il cane abbaia alle mie spalle. Enormi nuvoloni grigio scuro coprono il cielo, solo in qualche spazio ancora non coperto si intravedono i raggi del sole. Inizia a piovigginare. “Per la fretta ho dimenticato pure l’ombrello.” Fortunatamente passa il pullman ed è semi deserto. Una signora, forse vagabonda, dorme in ultima fila distesa occupando tutti i sediolini; una donna dalla mezza età, bionda, troppo truccata da sembrare Moira Orfei, controlla il suo cellulare, un Nokia n95 dalla custodia glitterata. Mi siedo dietro un ragazzo che puo’ avere si e no la mia età, ascolta musica penso rock, troppo forte per i miei gusti, ma riesco a soffocare il volume lasciandomi trasportare dall’emozione che proverò nel vedere il mio paese natio. Sono passati quindici minuti, sono ancora a Giovi. “Ecco la ‘mia’ montagna!” penso. E’ innevata, proprio come me l’aspettavo; guardandola mi sale un brivido lungo la schiena, rimango incantata. «Scusa? Ehi mi senti?» E’ il ragazzo rockettaro. «E’ tuo questo? L’ho trovato a terra vicino ai miei piedi». Ha lunghi capelli color nocciola, lisci, che gli cadono morbidi sulle spalle; occhi verdi con delle lunghe ciglia; un pizzetto rosso rame e abbastanza impreciso nei lineamenti. Tra le mani, dalle unghie mezze mangiucchiate, un anellino color argento, forse acciaio, troppo opaco per essere oro bianco o argento puro. Me lo porge. «Ops! Si è mio, scusa, ero immersa nei pensieri…Grazie comunque». «Di nulla.» dice il ragazzo con aria di chi spavalda.
In realtà l’anello non è mio, sarebbe stato un peccato lasciarlo in quelle mani! Lo indosso, troppo largo per l’anulare, però calza benissimo all’indice. E’ largo più o meno cinque millimetri, tutto intorno è incisa una frase minuscola, quasi invisibile ‘Segui te stesso’ “Beh mica perdo me stessa, ma terrò a mente, grazie.” penso ironicamente come mio solito. “Finalmente sono arrivata!” sospiro per il sollievo. Scendo alla fermata del tabacchino e colgo l’occasione per salutare l’amico tabaccaio: «Luigi! Come stai? Buondì!» dico allegramente. «Ehi Francesca, buongiorno a te. Qual buon vento? Cosa ci fai qui?» risponde con un sorriso che si allarga fino alle orecchie per poi nascondere gli angoli della bocca dietro le stecchette.
«Passavo di qui, mi manca questo paese, il ‘mio’ paese…» il tono si fa più malinconico; «Beh, adesso sei qui. Fatti un giro, tanto non è cambiato molto, dovresti ricordare tutto com’era quando sei andata via. In fondo, è passato solo un anno, quasi.» «Già». Prendo un pacchetto di gomme al volo, pago e giro le spalle per andare. «Ciao Giggì, ci rivediamo presto, buona giornata.» riprendo a sorridere . «Ciao Francesca, saluta i tuoi e buona giornata anche a te!» Chiudo la porta e mi incammino verso la mia vecchia abitazione. “Questa salita, quante volte l’ho fatta!” dico tra me con un sorriso. Percorrevo quella strada almeno quattro volte al giorno, per andare al doposcuola, con gli amici, per fare qualche commissione. Insomma, era quella che usavo spesso. Stranamente non vi è neve sull’asfalto, però la rugiada è ben evidente sull’erbetta che spunta sui lati della strada. Arrivata allo spiazzale dove mia madre parcheggiava l’auto, inizio a vedere un lato del prefabbricato dove abitavo. Si notano ancora i segni e le macchie nere, ormai sbiadite, lasciate dall’incendio avvenuto qualche anno fa, quando appiccarono le auto. “Vandali” dico con voce acida.
2-Capitolo: Tuffo nei ricordi.
Tutto è deserto, non sento lo schiamazzo dei bambini giocare sotto casa, le urla delle mamme che chiamano i figli dicendo loro di non allontanarsi; le voci forti dei cosiddetti ‘cafoni’. Tutto è silenzioso, a farmi compagnia è il ticchettio della pioggia fine che batte sui lampioni e la carrozzeria delle auto parcheggiate. Scendo i tre gradini che portano ai prefabbricati, “Ah, questi scalini! Quante cadute!” sorrido mentre mi soffermo a guardarli, pensare che i primi furono costruiti da me ed una mia amica. Da allora divenne una via di passaggio. La prima cosa che mi viene spontaneo guardare è la finestra della mia camera, affaccia proprio sui gradini. E’ murata. Idem per quella dei miei. Ormai sono andati via tutte le persone che conoscevo, e tutti i prefabbricati sono o murati, o chiusi da lastre di ferro. ”Pensavo che lasciando le loro case, diventassero più civili, invece no. E’ rimasto tutto uguale, sembra di stare nei quartieri bassi della malavita napoletana!” dico irritata, mentre passo davanti le abitazioni dei miei ex vicini.
Lastre di ferro buttate per strada, mattoni rotti in mille pezzi sparsi qua e là, veneziane intere che intralciano il passaggio. “Non era così quando ero piccola…” la mia voce esce pungente. Salgo le scale che portano ai prefabbricati alti, il cancello di ferro verde è chiuso. Guardo attraverso la griglia e vedo pezzi di armadi color ciliegio, ma anche mobili interi che mi coprono la visuale. Do’ uno strattone forte al cancello e si apre. “Fortunatamente non era chiuso a chiave. Non è stato MAI chiuso a chiave!” dico seria. «Francesca! Francesca! Weeee bella! Da quanto tempo non ci vediamo. Che stai facendo? Francesca! Francesca!» una voce proveniente dalle palazzine di fronte, è familiare, fin troppo familiare. E’ Carolina, la pazza che mi chiamava in continuazione da piccola. Ho sempre odiato quella voce stridula, tranne quando cantava. «We Carolì, niente, facevo un salto da queste parti e sono venuta…» «Come sei cresciuta, ma sei tu? Che ci fai qua? Francesca! Ma papà tuo come sta? E mamma? Ma adesso che fai?» dice senza prendere fiato. «Tutto bene Carolì, se mi fai parlare forse posso risponderti. Stiamo tutti…» «Ah ho capito bella. Ma adesso che fai, come stai…» «Carolì canta un poco, non mi fai neanche parlare! Come devo risponderti? Parla tu che intanto t’ascolto!» dico ormai irritata. «Eh mi metto a cantare, chi sa cantare!» e scoppia in una risata rumorosa. “Vedo che qualcosa non è cambiato, mi fa piacere”. Intanto cerco di spostare i mobili che mi bloccano il passaggio, sono troppo pesanti per una corporatura come la mia. -Rose rosse per teeeeeee, ho comprato staseeeeraaa. E il mio cuore lo saaaaa a a, cosa voglio da te!- è Carolina che è entrata nel suo mondo. Riesco a creare un piccolo spazio da permettermi il passaggio. Ecco che vedo le finestre della cucina/salone e la porta d’entrata, ma è tutto murato. «Dieci ragazze per me, posson bastareeeee…Francesca! Hai un giornale per caso?» urla l’aspirante cantante. «Certo che no, ti sembra che vado in giro con delle riviste? Mi spiace.» scoppio a ridere e lo fa anche lei. Torno giù per cercare, tra le ‘macerie’ un oggetto che mi permette di rompere i mattoni. “Questa può andare bene”, una vecchia pala che usava un amico di famiglia, era poggiata sotto le scale di ferro. Torno al piano superiore. Con un colpo deciso e con forza, rompo un mattone, un altro, e un altro ancora. «Bella ma che stai facendo? Vedi che chiamo la polizia» e ride. “Inizia ad urtarmi molto” e do un altro colpo più deciso. Ho creato un buco abbastanza largo per poterci entrare. «We dove vai? Vedi che ci sono i topi lì dentro! Anima miaaaaa, torna a casa tuaaaa, t’aspetterò dovessi odiare queste muraaaa!» e rientra in casa.
Prendo il cellulare e faccio luce. C’è puzza di muffa e chiuso, la cucina è spoglia, si vede ancora il bianco ormai sporco, delle pareti che mio padre imbiancò in occasione della mia Prima Comunione. Mi raffiorano alla mente tutti i ricordi vissuti in quella stanza. La prima scena che vedo è quando ritornavo dal doposcuola, durante l’inverno era sempre buio fuori, i lampioni sempre spenti. Già quando aprivo il cancello di casa, quello che divideva la mia casa dalle altre abitazioni, mi piaceva vedere la luce della stufa che illuminava la cucina, e il calore mi dava l’effetto di relax, entrava in petto riscaldandomi tutta, fino alle ossa. Per non parlare di quando si avvicinava il Natale! Appena aprivo la porta, l’albero appariva in tutta la sua bellezza, un anno argentato e blu, un altro rosso e dorato; i doni raccolti in un cesto e il presepe aveva la principale visione per le sue dimensioni, accanto all’albero. Mi avvicino alla porta che divide la zona giorno e la zona notte; poi apro quella della mia camera. Faccio un respiro profondo prima di abbassare la maniglia, un brivido lungo la schiena, la mano mi suda “E dai, hai vissuto quasi vent’anni qua dentro e adesso hai paura di aprire?” -Si, è il posto dove ho trascorso il maggior tempo della mia vita, qui c’è un tornado di ricordi, belli e brutti!- “Si ma è passato! Fa parte del tuo passato. Sei venuta di tua spontanea volontà, eri cosciente di cosa ti aspettava tornando qui” la mia coscienza ed io non andiamo molto d’accordo.

Guardo la mano, l’indice stringe con forza la maniglia ‘Segui te stesso’ “Eh, secondo te sto scappando? Voglio entrare. Ho solo bisogno di un attimo” rivolta all’anello, sembro una pazza. Mi faccio coraggio e con uno scatto apro la porta.
Buio, nero come la pece. Con un colpo di pala rompo un pezzo di mattone, per far entrare aria e luce. Eccola, la mia camera, spoglia ma piena di ricordi, proprio come l’ho lasciata. “Lì c’era il letto, poi non mi piaceva la posizione e l’ho spostato qui. Là invece, c’era la libreria, da questo lato la scrivania.” parlo con me stessa, mentre cerco di riorganizzare l’immagine coi ricordi. Un rumore sospetto mi fa tornare alla realtà. -Squit squit- un topolino cerca di scappare per nascondersi per la troppa luce. Cerco invano di prenderlo, ma inutile, è troppo veloce. Sulla parete c’è una macchia nera, mi avvicino di più per guardarlo meglio “Il mio disegno orribile, il mio piccolo Tamburino!” con le lacrime agli occhi accarezzo il disegno come se fosse un qualcosa di fragile, è un disegno che feci all’età di tredici anni circa, raffigura il coniglietto del cartone animato Bambi, il mio preferito. D’improvviso, un’immagine mi affiorò alla mente.
Era un pomeriggio tranquillo come gli altri, avevo cinque anni; dalla cucina sento la mamma cantare «Con un poco di zucchero e la pillola, va giùùù, la pillola va giùùù, la pillola va giù…» di corsa scappavo al mio nascondiglio, un piccolo spazio tra l’armadio e la parete. Quella canzoncina era il mio incubo, non era affatto come la storia di Mary Poppins, dove i bambini, dopo averla presa erano felici e contenti. Quella medicina, mischiata con lo zucchero, rimaneva amara! La mamma era già a conoscenza del mio ‘rifugio’, ma era più forte di me; mi dicevo “Farà pure schifo, ma almeno mi farà passare tutto. Non mi diranno più «Che belle guanciotte che hai» «Come sei grassa» senza sapere perchè sono cos씓. Almeno la prendevo a ridere.

Il topolino si è avvicinato ai miei piedi, mi abbasso per prenderlo, augurandomi che non scappi. No, questa volta si è lasciato prendere; cerco di tenerlo al caldo tra le mie mani, intanto, una lacrima scivola sulla mia guancia e cade sul musino del topino che mi osserva. Sobbalza e fa un verso. Gli asciugo il musetto con la manica della maglia “Scusami, non volevo. Ho ricordato qualcosa che dovevo dimenticare da tempo, o almeno prenderla come un pezzo di vita sbiadito, cancellando qualche dettaglio con il passare del tempo. Invece è ancora netto”.
Guardo attraverso la fessura dei mattoni, intravedo la stradina con le crepe, ormai rovinata; l’erba alta e rametti secchi. Vedo una bambina, dai capelli scuri, mi guarda; sta cantando una canzone che mi è familiare e balla. Per le mani afferra un’altra ragazzina, bionda però, più bassa. Fanno un girotondo. La mora mi guarda e ride, mentre scherza con l’altra. Una fitta al petto mi fa mancare il respiro per qualche secondo. Chiudo gli occhi, stringo forte le palpebre e li riapro. Nulla, non c’è nulla, tutto frutto della mia immaginazione. Guardo il topino che intanto è rimasto calmo tra le mie mani. “Mi chiedo ancora, a distanza di anni, perchè si comportavano in quel modo, perchè mi usavano come ruota di scorta? Io c’ero sempre per loro, ma quando avevano la compagnia che piaceva a loro, puntualmente rimanevo dietro i vetri della finestra, e passavo il pomeriggio nascosta a guardarle giocare. Mentre, incosciamente, non sapevano quanto soffrivo vedendole giocare senza me.” Esco dalla camera. “Grazie, per tutti i momenti vissuti, per tutto quello che hai dovuto vedere. Grazie perchè hai lasciato che parte della mia vita restasse qui” chiudo la porta e giro la chiave nella serratura, così da ‘rinchiudere’ un pezzo di me in quelle quattro mura di legno e ferro.
3-Capitolo: ‘Segui te stesso’.
Adesso tocca aprire la stanza dei miei, questa è più tranquilla, pochi ricordi, d’altronde ci dormivo con mia madre. Faccio entrare luce. Ricordo tutto anche qui, il letto era al centro della stanza coi due comodini a ogni lato, il comò era di fronte al letto con lo specchio grande. Scoppio in una risata rumorosa guardando la parete dove sta la finestra. Quando non avevo attenzioni dai miei, mi buttavo a terra e cercavo di fare rumore con la testa, battendola a terra. idiota si, ma funzionava, infatti scoppiavo in lacrime e mia madre correva da me per vedere se mi ero fatta male o meno. Col sorriso chiusi la porta e lasciai anche quella camera. “Ero proprio matta!” dico sorridendo. “Fa un tantino freddo, non trovi piccolo amico?” mi rivolgo al topino che ormai, sembrava di casa tra le mie mani. In cucina l’aria era più fredda, forse perchè più spaziosa. Mi avvicino nell’angolo dove una volta vi era la cucina e poggiai il topino a terra. L’animaletto si gira intorno, va verso il salone e poi ritorna; non vuole stare a terra, così lo riprendo “Non posso tenerti per sempre in mano!” e lo metto nel taschino anteriore del giubbino. -Marò che fridd ca fà, chissà riman che tiemp fà. Mamma mij e che fridd!- Carolina parla da sola, come suo solito. Esco di casa, rimetto dei mattoni ancora intatti davanti la porta d’entrata, do’ un’occhiata al cielo. Ha smesso di piovere. «We Francesca allora? Ancor cà staj? Pnzav te n’ir iut a cas. O tien nu giurnal?» dice, sorpresa nel vedermi. «Ti ho detto di no! Non l’avevo prima, non ce l’ho neanche adesso. Ci vediamo Carolì, torno a casa.» rispondo più calma possibile; «Ce verimm Francesca. Salutami mamma e papà.» «Certo, certo.» e scendo le scale.
Riguardo ogni singolo pezzo di casa, strada, oggetto abbandonato. Tutto mi ricorda qualcosa, momenti, attimi della mia infanzia e adolescenza vissuti nella loro pienezza. Un fiocco di neve si poggia sul mio naso. Sorpresa alzo gli occhi al cielo. Nevica! “Guarda piccolo, sta nevicando! Ora è perfetto!” prendo il topolino e lo alzo verso il cielo. Sono felice, davvero, è questo quello che volevo vedere.Percorro il parcheggio saltellando e cantando, ma arrivata alla fine della strada, mi giro verso la vecchia abitazione; “Grazie, perchè ogni volta mi hai regalato un’emozione diversa e hai saputo tenerla con te, resterà il nostro piccolo segreto perchè lo porterai sempre con te. ‘Segui te stesso’ ora lo so per certa; seguirò me stessa non guardandomi le spalle, ma seguirò la me che vuole andare avanti, sempre.”

FINE.


